Preveggenza

La fece entrare senza chiederle chi fosse e perché fosse venuta lì da lei. L’aveva guardata per un secondo e poi si era messa da parte.

Già nel buio corridoio, ricoperto da un lugubre tappeto rosso con macchie secche sparse in tutta la sua lunghezza, l’odore di muffa e di sigarette spente si univa al profumo acre del caffè appena fatto.

«Avanti, avanti», le disse seguendola.

Le porte erano tutte chiuse, tranne quella che portava alla stanza che aveva di fronte. Da lì dov’era poteva già capire di che tipo di soggiorno si trattasse. Le luci erano spente, le finestre chiuse, e lo spettro del fumo aleggiava sul tavolo rivestito da una cerata impolverata.

«Siediti, siediti.»

Scelse la prima sedia che trovò. Meglio non posare le mani da nessuna parte.

«Caffè? L’ho appena fatto.»

«Sì, grazie.»

«Sei intimorita, cara?», le domandò sparendo dietro un angolo.

Intimorita.

«N-no… È solo che è la prima…»

«La prima volta», finì al suo posto. Le sue mani tremolavano un poco mentre portava la tazzina di caffè non troppo fumante.

Era brutta, più brutta che vecchia. Forse per i capelli grigi arruffati, per la verruca sulla fronte o per i peli sulle labbra. E quel maglione arancione fatto a mano, la sciarpa verde, gli occhiali sporchi fermi sul naso gobbo. Brutta, ma non spaventosa. Non era lei che la intimoriva.

«Ma come si dice? C’è sempre una prima volta.»

Finalmente posò la tazzina sul tavolo e si sedette di fronte a lei.

«Quanti anni hai, tesoro?»

«Ventinove.»

«E cosa vuoi sapere?»

Guardò in basso e si morse appena le labbra. Aggiustò la sua posizione sulla sedia e tornò con lo sguardo sulla vecchia.

«Tra un mese mi sposo», rispose. «Lo so, è normale avere preoccupazioni e pensieri, ma qualcosa… Non lo so, c’è qualcosa. Loredana, la nostra comune amica, mi ha parlato di lei, mi ha detto che…»

«Sì, sì, Loredana viene spesso a trovarmi», confermò. «So dare buoni consigli.»

Sorrisero. Bevve un sorso del caffè. E non era brutto come lei.

«Ammetto che mi sento una stupida.»

«Vuoi che ti legga la mano, tesoro? O preferisci le carte? O entrambe?»

«Non mi fa altre domande?»

«Vuoi sapere del tuo matrimonio.»

Le porse la mano destra. La vecchia gliela prese con delicatezza precisa. La lettura iniziava. Ci mise solo alcuni secondi, poi la lasciò andare e prese una sigaretta dal pacchetto abbandonato sul tavolo.

«Fumi?»

«No, grazie.» Finì il caffè. La nuvola di fumo grigio coprì la sua faccia. «E allora?»

«Qual è la tua domanda, tesoro?»

La domanda. C’era una domanda da fare, adesso? Ci pensò su.

«Sarà… sarà un bel matrimonio? Non voglio dire la cerimonia. Quello che verrà dopo. Con lui.»

La vecchia si alzò. Raggiunse la finestra chiusa e si voltò. La sua sciarpa verde era avvolta dal fumo.

Si alzò anche lei. Il silenzio continuava.

«Credo che sia meglio che io vada. Quanto le devo per il disturbo?» La vecchia rimaneva in piedi di spalle. «Che stupida…»

Si girò. «Hai ragione, tesoro. C’è qualcosa che non va, e non è il tuo matrimonio.»

«Certo», disse. «Immagino che sia tutto nella mano, nascosto tra le pieghe della pelle. Mi dica quanto vuole per questa pagliacciata e mi faccia andare via.»

«Niente», rispose.

Era il momento di andarsene, e quella era la sua intenzione. Ma le bastò mettere piede sul corridoio per ripensarci.

«E che cos’è?», le chiese voltandosi.

La vecchia era tornata a sedersi. Teneva le braccia sul tavolo, immobili. Guardava nel vuoto. Non era neanche sicura che l’avesse sentita.

Poi i loro occhi si incrociarono.

«Lo sai.»

Il cuore le fece un battito lungo e lento.

«Non è per questo che sono ven—»

«Domani», disse la vecchia senza muoversi. «Quasi sicuramente prima di mezzogiorno, ma forse anche dopo. E forse neanche domani, ma dopodomani. Non c’è troppa precisione in queste cose. Lo capisci.»

Quasi sicuramente. E forse no.

Tornò sul corridoio, decisa a lasciare quella casetta maleodorante e trascurata. Cercava di non incontrare il pensiero di quella consapevolezza che le succhiava il cervello da giorni. Per questo aveva parlato con Loredana? C’entrava il suo matrimonio?

Si aspettava un’ultima frase da parte della vecchia, un richiamo, una possibilità di ritrattare. Ma non arrivò.

Era di nuovo fuori.

* * *

Quando fu a casa, ebbe voglia di ridere e piangere, ma non rise e non pianse. Appese la giacca sull’appendiabiti, si tolse le scarpe ed entrò in cucina. Normalmente avrebbe preparato qualcosa, e nel frattempo avrebbe sentito Vincenzo. Avrebbe persino potuto raccontargli di quella stupida idea. Colpa di Loredana. Cos’altro si aspettava da una donna sola a quarant’anni suonati?

Quasi sicuramente.

Provò ad avvicinarsi ai fornelli ma lì si fermò. La sua mano, pronta ad accendere il fuoco, tornò in basso. Si girò, vide l’interruttore della luce, voglioso di essere azionato. Il cellulare le vibrò in tasca e le strappò un piccolo grido. Vincenzo voleva parlarle.

Domani.

Quasi sicuramente.

Poggiò con cautela il cellulare sul pavimento. Si allontanò di alcuni metri e si sedette per terra anche lei. Erano quasi le otto. Strisciò fino alla parete, cercò possibili oggetti pericolosi nelle vicinanze ma non ne trovò. L’idea era semplice, stupida e sicura: non muoversi da lì fino al giorno successivo. Niente telefono, niente cibo, niente televisione. Non andare a lavorare. Soprattutto, non addormentarsi.

Forse neanche domani, ma dopodomani. Non c’è troppa precisione in queste cose.

Non aveva senso ma si rendeva conto di non avere scelta, almeno per quella sera. Si sarebbe tranquillizzata, Vincenzo sarebbe venuto lì da lei e insieme avrebbero riso di tanta idiozia. Ma non adesso. Ora doveva restare seduta per terra, ferma. Sveglia.

21:00

La prima ora passò molto velocemente, con sua grande sorpresa. L’orologio sulla parete di fronte a lei era illuminato di tanto in tanto dalle luci mobili che entravano da fuori cosicché poteva seguire lo scorrere del tempo. Si sentiva già meglio, incoraggiata. Quella notte sarebbe finita prima del previsto.

22:00

Il dolore al sedere si fece lancinante senza preavviso. Era come se il pavimento si fosse trasformato in una lastra pungente e ghiacciata. Si disse che non avrebbe corso rischi se si fosse alzata in piedi per un po’. Quando fu in piedi, si sentì di nuovo sollevata. Avrebbe alternato le due posizioni.

23:00

Il telefono squillò tantissime volte. Da lì riusciva a vedere i nomi delle persone che la cercavano. Loredana non la chiamò, nonostante sapesse del suo appuntamento con la vecchia. Era Vincenzo, perlopiù. Sua madre due volte. Alla quinta telefonata di Vincenzo fu tentata di andare a rispondere ma si fermò dopo un solo passo.

00:00

Se fosse venuto lì da lei, gli avrebbe aperto la porta. Di questo era certa, ed era un buon compromesso per la sua mente. Gli avrebbe aperto, andando incontro a ogni rischio. Ma non avrebbe risposto al cellulare. Troppo pericoloso. Vincenzo non aveva più richiamato, e ora l’orologio le diceva che era troppo tardi. Mezzanotte era passata. Era già domani. Si accorse adesso del suo errore: aveva detto domani, non oggi. Tutte quelle ore che aveva speso nella stessa posizione – solo quattro, a volerle contare tutte – erano state inutili. Il giorno cominciava adesso, non prima. Avrebbe potuto rendersi la vita più semplice.

02:00

Le strade si erano fatte silenziose. Lottare con il sonno diventava sempre più difficile. Non c’era nulla da vedere nella cucina buia, nulla con cui distrarsi. E poi perché aveva scelto la cucina? Anche quello era stato un errore. Sarebbe dovuta tornare nell’atrio d’ingresso, o magari raggiungere la stanza da letto. La cucina è pericolosa.

04:00

Quando riaprì gli occhi, il dolore alla schiena poggiata contro il muro le rivelò che si era appisolata. Non per troppo tempo, ma lo aveva fatto. Il panico le si sciolse nel petto. Non era successo. Ma doveva essere più cauta.

06:00

Con l’arrivo delle prime luci del giorno, il cellulare riprese a vibrare sul pavimento. Non era Vincenzo, come si aspettava, ma il suo capo, che si aspettava di trovarla in ufficio alle sette perché avrebbe dovuto consegnargli una pratica importante che si era portata a casa. Avrebbe perso il lavoro? Pazienza. Si lavora per vivere, non il contrario.

09:00

Alle nove e un quarto circa, fu Vincenzo a chiamare. E di nuovo la vibrazione la riportò al mondo. Si era addormentata ancora. Un pugno allo stomaco la fece distendere per terra. Il pensiero di mettere qualcosa sotto ai denti le dava sollievo. Non mancava molto.

11:00

Poi arrivò la sete, e fu più forte della fame. Vincenzo, invece, era tornato nel suo silenzio. Forse era normale, ma non riusciva a smettere di pensare che lei non si sarebbe comportata così, al posto suo. Sarebbe andata subito a vedere se qualcosa non andava. Non sarebbe riuscita a superare la notte senza avere sue notizie. Lui ci era riuscito.

11:30

Si era pisciata addosso. E le lacrime arrivarono subito dopo. Si sentiva debole, malata, finita. Ma non mancava tanto tempo.

11:50

Cinque minuti prima di mezzogiorno bussarono alla porta. La voce di Vincenzo la supplicava di aprire e di farsi vedere. Suonava il campanello e batteva il pugno contro la porta. Aveva promesso che gli avrebbe aperto. Ma così? Sporca della propria urina? In quella condizione disumana?

Mancavano due o tre minuti. Pochi da attendere per lei ma troppi per Vincenzo, che sarebbe andato via prima.

Tornò in piedi e fece un passo avanti. Ce l’aveva fatta.

Quasi sicuramente.

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