Specchi

Da quando hai scoperto di essere brutto, hai coperto tutti gli specchi.

Te ne sei accorto una sera, tornando a casa dal lavoro, me lo ricordo. Hai aperto la porta – c’era buio, hai visto la tua sagoma controluce riflessa nello specchio – e, dopo aver lanciato le chiavi sul cassettone, hai acceso la luce.

E con la luce hai visto lo specchio.

E c’eri tu, nello specchio.

Hai visto la tua immagine e hai capito. Sei brutto.

Non è che tu abbia subito deciso di fare qualcosa, ma non potevi più fingere che non fosse così. Ti sei spogliato e sei andato in bagno. Hai acceso la luce e hai visto di nuovo ciò che non avresti voluto vedere.

Sei brutto.

Sarà la forma del naso, forse quel principio di doppio mento, la fronte larga, l’occhio sinistro più chiuso, un po’ strabico. Il punto è che non sai perché sia così, è così e basta.

Quando hai guardato il riflesso della tua faccia nello specchio del bagno, hai urlato. Incazzato, si capisce, perché non c’è altra reazione umanamente concepibile. E allora hai distrutto lo specchio con un colpo secco, usando la bottiglia di sali da bagno che ti ha regalato la zia a Natale. Un regalo riciclato, dato che non hai mai espresso il desiderio di possedere sali da bagno. Ma questo è lo spirito natalizio.

Ci hai messo un’ora a raccogliere tutti i cocci, così hai deciso di non ripetere l’errore. Sei corso a prendere le forbici e hai tagliato le lenzuola per farne dei lembi con cui coprire gli altri specchi, facendo attenzione a evitare di riguardarti.

Perché hai scoperto di essere brutto, e ti senti molto meglio da quando non sei più costretto a vedere la tua faccia.

Tutto sarebbe andato bene se non ti avessero fatto quello scherzo, in ufficio. Ma avresti dovuto aspettartelo: si vedeva (!) chiaramente che ti stavi trascurando, la tua barba cresceva e anche il cespuglio tra le sopracciglia era ricomparso. Una volta sei entrato con una grossa macchia di dentifricio asciutto sul mento, e ti hanno fatto quella domanda scherzosa.

«Ma non ce l’hai uno specchio?!»

Hai sorriso. Con quell’occhio sinistro addormentato.

Il giorno del tuo compleanno è arrivato e, fidati, eri più brutto di prima. Non hanno pensato di chiederti se ti servisse aiuto, lo scherzo era più divertente, più importante e, in un certo senso, ne convieni anche tu.

«Chiudi gli occhi, chiudi gli occhi», ti hanno detto.

Ti hanno portato alla scrivania, guidandoti con cura. Sorridevi, lo so. Pensavi a qualcosa di bello, forse addirittura a dei dolci. Una torta. L’ultima volta che hai mangiato una torta per il tuo compleanno tuo padre era ancora vivo.

«Sorpresa!»

Via le mani dagli occhi.

E ti sei trovato davanti a uno specchio. Te lo tenevano di fronte, a distanza ravvicinata. Hai aperto gli occhi e non ti sei mosso. Ridevano e ci scherzavano su, solo per poco: poi hanno smesso perché si sono accorti che non era abbastanza divertente.

Ma tu sei rimasto in silenzio. Tremavi piano e ti sei morso le labbra.

«Scusami», hai detto, guardando nei tuoi stessi occhi.

Ti hanno sentito ma nessuno ha detto niente. Hanno messo via lo specchio e sono tornati a sedersi.

Mi hai chiesto scusa, alla fine.

Ti perdono.

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