Il chiodo

Il piccolo Tiresia perse la vista all’età di nove anni, senza alcuna ragione apparente. Un giorno si svegliò, aprì gli occhi e vide il buio. Da quel giorno per sempre. Ma non si lamentò né pianse per la perdita: semplicemente, chiamò i suoi genitori e, una volta certo che fossero entrati, comunicò loro di essere diventato cieco durante la notte.

Com’è facile immaginare, per i genitori iniziò un lungo periodo di dolori e lacrime versate nei corridoi di innumerevoli ospedali, edifici grandi e labirintici dove il piccolo Tiresia veniva sottoposto a ogni esame umanamente possibile.

Ma nulla.

Nessun problema agli occhi, nessun problema di natura neurologica: era come se la vista del bambino si fosse spenta improvvisamente. Il problema, comunque, non era solo la cecità – che comportava una marea di difficoltà, sì, alle quali però ci si poteva adattare – bensì anche l’inspiegabile calma di Tiresia, che non diceva una parola a proposito, annuiva e sorrideva ai medici qualsiasi cosa gli dicessero e, afferrando la mano di sua madre, se ne tornava silenziosamente da dove era venuto.

Fu anche a causa di questo comportamento – non si rendeva conto di tutte le cose che non avrebbe mai potuto vedere e provare nella sua forse troppo lunga esistenza? – che i genitori del piccolo Tiresia decisero che fosse una buona idea quella di portarlo da uno psicologo. Perché forse loro, persino con tutto il loro amore, non erano capaci di ascoltarlo.

Era ormai passato un anno dal mattino in cui il buio era cominciato.

Il dottor A. era uno psicologo molto rinomato per aver risolto casi infantili molto complessi. La scelta dei genitori fu quasi obbligata.

Quando si presentò nello studio elegantemente ammobiliato al quindicesimo piano del grande palazzo, Tiresia trascorse diversi minuti muto e immobile davanti al dottore. Come una statua. D’altra parte, neanche il dottore era riuscito a dire qualcosa, all’inizio. Fu solo quando egli provò a iniziare una discussione (con calma) che Tiresia parlò, anticipandolo.

«Lo so», disse. «So perché sono qui.»

«Perché sei qui?», chiese sospetto il dottore.

«Mamma e papà sono dispiaciuti che io abbia perso la vista», spiegò. «E non capiscono perché io sia così tranquillo.»

«Sei tranquillo?»

Tiresia annuì. «Sapevo che sarei diventato cieco», disse. «L’ho voluto io.»

«Lo sapevi? E come?»

«Nel sogno. Mi hanno detto che non avrei più visto niente se avessi guardato sotto al tappeto…»

«Chi te l’ha detto?», chiese il dottore, mentre fingeva di prendere appunti. Non capiva. Poi, dato che Tiresia non rispondeva, domandò: «Hai fatto un sogno?»

«Sì.»

«E cosa hai sognato?»

«Mi hanno detto che era sotto al tappeto», rispose il bambino. «Potevo guardare ma mi sarei svegliato cieco per sempre. E ho guardato.»

«Che cosa c’era sotto al tappeto? Che cosa hai visto?»

«Dio.»

«Hai visto Dio nel tuo sogno?», chiese incredulo il dottore. «Sotto a un tappeto? E sei diventato cieco per questo?!»

E Tiresia annuì di nuovo.

«E Dio… com’era?»

Il bambino sorrise. Sembrava che vedesse qualcosa, nei suoi ricordi. Le sue pupille si restrinsero.

«Un chiodo nascosto sotto a un tappeto», rispose. «A questo chiodo è appeso l’universo intero.»

Finì di parlare e si alzò per andarsene. Non ci furono altri colloqui.

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