Post Mortem

Poi, un giorno, sono morto.

È successo di notte, mentre dormivo. Non ricordo neppure di aver sognato qualcosa; anzi, sarò sincero, non credo di aver mai dormito meglio. Quando mi sono svegliato, però, ho capito subito che qualcosa non andava. Non so bene cosa, un dettaglio nei colori, forse, oppure quella sensazione che i suoni fossero ovattati, ostruiti da una massa morbida… Comunque, non me ne sono preoccupato.

Sono andato in cucina, come al solito, e mi sono fatto un caffè, come al solito. E c’era Anna, come al solito, che stendeva alcune lenzuola fuori dal balcone. Una cosa che normalmente fa nelle giornate di sole, per cui – mi sono detto – doveva esserci bel tempo, nonostante i colori non mi apparissero molto accesi.

E avrei dovuto capire che le cose erano cambiate anche dalla sua indifferenza: è rientrata e non mi ha degnato né di uno sguardo né di un saluto. Come se non ci fossi. Poi ha sbuffato e ho pensato che dovesse esserci qualche problema. Ma è stato più semplice credere che avesse di nuovo litigato con sua madre. Non lo saprò mai.

Il caffè faceva schifo, ma prima che riuscissi a berlo tutto Anna ha cominciato a gridare. Un urlo lungo, spezzato e poi ripetuto. Non ho fatto in tempo a correre da lei che l’ho ritrovata appena sulla soglia della nostra stanza da letto. Mi ha guardato con terrore, si è messa una mano sulla bocca e ha cominciato a piangere.

«Anna…»

«Come hai potuto… Come?!»

Non ho capito nulla finché non ho rimesso piede nella stanza. E allora ho visto: c’era il mio corpo disteso sul letto.

«Anna…»

«Come hai potuto morire

«Anna, io non volevo», ho provato a dirle, ma ormai non c’era più nulla che potessi fare. Ero morto, e io ero il primo a doverlo accettare.

Ecco spiegato perché tutto mi pareva strano: colori, suoni e sapori (che schifo quel caffè) non sarebbero mai più stati gli stessi. E mi dispiaceva moltissimo. Pazienza, dovevo accettare anche questo.

* * *

I primi giorni sono stati orrendi.

Organizzare il funerale e tutte le questioni burocratiche che precedono la sepoltura, e poi tutta quella storia dell’eredità… e il dolore dei miei familiari.

Io sono rimasto in tuta, per la cerimonia funebre, anche se il mio corpo era stato rivestito con abiti elegantissimi. Se n’è occupata mia madre, credo, e infatti si è incazzata tantissimo quando mi ha visto vestito in quel modo.

«In tuta al tuo funerale?», ha detto. «La gente ti guarda… Cosa devono pensare?!»

Le ho spiegato che tutti avrebbero guardato soltanto il cadavere e che probabilmente nessuno si sarebbe neppure accorto della mia presenza, dato che di solito non si va al proprio funerale. E comunque era una bella tuta. Nera.

Lutto.

Non ho più parlato con mia madre, dopo il funerale. Non sono più uscito di casa, non avrebbe avuto senso, e lei non è venuta a trovarmi neanche una volta. Soprattutto, non è venuta a trovare Anna. Perché Anna era solo la mia ragazza, non ci siamo sposati, e questo mia madre non lo ha mai digerito.

«Quando farete un figlio», diceva, «che genitori avrà, se non vi sposate?»

«Mamma, per adesso non vogliamo figli, sarebbe complicato», le rispondevo.

E infatti, prima di tornare a sedersi in prima fila, in chiesa, e lasciarmi da solo in fondo alla sala, ha ribadito questo punto.

«Niente nipotino, allora. Va be’, me l’aspettavo.»

E se n’è andata. A piangere, per la mia morte.

Il funerale è stato bello, lo ammetto. Ho goduto di sentirmi al centro dell’attenzione, ma non c’è voluto molto prima che mi rendessi conto che non stavano parlando di me. Le loro parole erano per il corpo ben vestito.

E non ero io. Io sono sempre stato io.

Eppure loro non riuscivano a vederlo.

Non ho partecipato alla sepoltura. Sono tornato a casa e ho aspettato Anna in soggiorno, al buio. Non è mai troppo buio per me, ormai. Con la morte anche questo è cambiato.

È stato quando Anna ha acceso la luce che tutto è caduto nel bianco opaco dell’elettricità.

«Ah, sei qui», mi ha detto senza guardarmi. «Che ci fai al buio?»

«Non mi ero accorto che fosse buio.»

Stava ancora piangendo, lo sentivo dal suo continuo risucchio nasale. E non avevo le parole giuste per consolarla.

«Comunque ha ragione tua madre», mi ha detto. «Non saresti dovuto venire in chiesa così.»

«Non pensavo che avessi sentito.»

«Ho sentito.»

Avrei voluto parlarle, quella sera, ma lei non me ne ha dato l’opportunità: è andata via dalla stanza e ha chiuso la porta. Sentivo che aveva ripreso a singhiozzare con disperazione. Mi sono avvicinato alla porta, ho bussato ma non mi ha permesso di entrare.

Così sono tornato in soggiorno.

Ho passato la notte sulla sedia.

Mi sono sentito solo.

* * *

Giacomo è stato il primo a venire a casa, una settimana dopo il mio funerale. Non fu neanche una vera sorpresa, mi aspettavo una sua visita, prima o poi.

Però è stato strano rivederlo da morto. Non ci frequentavamo molto neanche quando ero vivo, e non ricordavo l’ultima volta che fosse venuto a casa nostra… se mai era venuto. Ecco, non lo ricordavo più. Ma adesso era lì, Anna lo ha fatto entrare e si è seduto sul divano bianco del salotto. Io lo guardavo dalla mia sedia.

Gli ho fatto un cenno con la mano per salutarlo e lui ha ricambiato.

Mi aspettavo qualcosa di più caloroso, invece no. È rimasto lì. Poi Anna è venuta, mi ha guardato.

«Scusa», mi ha detto, prima di chiudere la porta.

Sono rimasto isolato in soggiorno, mentre le loro voci mi raggiungevano dal salotto. Ma non capivo niente: l’ho già detto, quando muori non senti più le cose nello stesso modo. Erano solo suoni confusi e mescolati.

Non so quanto tempo sono rimasto ad aspettare. Non ho pensato assolutamente a niente durante l’attesa, non mi sentivo triste. Solo, sì.

Non ero neppure felice.

Non sei felice, dopo la morte. E sai che non lo sarai mai più.

Poi la porta si è riaperta e Giacomo è entrato. Soltanto lui, senza Anna. Ho sentito il rumore dei suoi passi, era tornata nella stanza da letto.

Giacomo, il mio fratello maggiore, ha richiuso la porta e si è seduto davanti a me. Non ha avuto subito il coraggio di guardarmi, teneva la testa bassa, rivolta verso le dita incrociate delle mani.

Mi sono chiesto se fossi così brutto e inguardabile. D’accordo, non mi sono preso molta cura di me stesso in questi giorni ma non potevo essermi trasformato in un mostro. Alla fine, però, mi ha guardato triste e ha sospirato.

«Vorrei dirti tante cose», ha iniziato, «ma preferisco andare al punto.»

«Non capisco, Giacomo…»

«Ora che sei morto, le cose devono cambiare», ha spiegato. «Lo capisci?»

«Cosa vuoi dire, Giacomo? Spiegati.»

Di nuovo quel sospiro, e poi ha aggiunto: «Adesso Anna non può più restare qui a occuparsi di te, a ricordarti continuamente. Ha bisogno di cambiare vita, abitudini… di dimenticarti.»

E poi Anna è entrata in soggiorno e ha chiesto a Giacomo se fosse pronto per andare. E lui ha detto di sì. E io ho chiesto dove avessero intenzione di andare, ma nessuno dei due mi ha risposto. Se ne sono andati.

Ho sentito di essere arrabbiato. Eppure non sono riuscito a fare nulla, non ho potuto fermarli mentre se ne andavano insieme a braccetto.

Perché sono morto, e i morti non possono interferire. O meglio, possono ma non devono. È preferibile che rimangano silenziosi nei ricordi, perché i morti suscitano pietà. E Anna non può provare pietà nei miei confronti per sempre, non voglio che sia così. Mi piacerebbe tornare a parlare con lei come facevamo una volta, quando ancora era possibile scherzare e ridere, e potevamo parlare di tutto, litigare su tutto.

Ma ormai non si può più.

Da quando sono morto, non può più parlarmi senza annegare nella nostalgica tristezza di ciò che non avremo, non abbiamo altro di cui discutere tranne che della mia morte, del mio passato. Forse il problema della morte è che ti toglie il futuro, e dopo non c’è più nulla. Non c’è neanche il tempo, la speranza di essere felici. Rimane solo il passato, e tutti quei ricordi di cui non so più cosa farmene.

E così ho deciso di andarmene dalla mia stessa casa. Anna non avrebbe sentito la mia mancanza e, probabilmente, non se ne sarebbe neppure accorta.

* * *

Ho camminato per la città in lungo e in largo, mi sono perso alcune volte ma poi ho ritrovato la strada.

Mi sono accorto degli sguardi strani della gente, anche se ho fatto finta di non vedere. Ma non riuscivano a nascondere il loro scandalizzato stupore.

Un morto. Fuori, per strada. Assurdo.

(Con quella tuta?)

Quando ho pensato di averne abbastanza, mi sono rintanato in un bar. Doveva essere poco prima di cena, c’era un sacco di gente che consumava aperitivi. Purtroppo non posso più avere un’idea precisa dell’orario della giornata, ma più o meno dovevo avere ragione.

Sono entrato e tutti mi hanno guardato. Ho scelto di sedermi a un tavolo in un angolo. Sapevo che il cameriere non sarebbe vento a chiedermi cosa volessi bere.

Tutti parlavano di me.

Ma io pensavo solo ad Anna e al fatto che c’erano ancora delle cose che volevo dirle e che non le avevo detto. Perché non l’avevo fatto? Non potevo più tornare a casa, era tardi, e magari non si sarebbe neanche ricordata di me.

I morti si somigliano tutti.

«Posso?»

Ho alzato la testa e ho visto questo tizio pelato in piedi davanti a me.

Per un istante mi sono preoccupato, ero sicuro che fosse il titolare del bar venuto a chiedermi di lasciare il locale. Sarebbe stato un suo diritto e lo avrei accontentato senza protestare minimamente.

E invece si è seduto di fronte a me.

«Un morto fuori dalla sua casa», mi ha detto. «Che brutta storia devi avere alle spalle!»

Poi ha fatto un cenno al cameriere senza dire nulla, come se fosse ovvio cosa volesse. E il cameriere è tornato con due birre, una era per me. Molto sorprendente.

«Non così brutta», gli ho risposto. «Penso ce ne siano di peggiori, in giro.»

«Però sei qui e non sei a casa», ha sottolineato il pelato. «E questo deve avere un significato preciso. Problemi?»

«La mia ragazza… Credo che non voglia perdonarmi il fatto di essere morto. E il problema è che non so come rimediare. Quindi me ne sono andato.»

Si è bevuto tutto il boccale di birra in un sorso e poi è tornato a guardarmi. Io non riuscivo a mandare giù neanche un sorso.

«Posso bere io la tua, se non ti va.»

«Vai.»

E ha iniziato a bere anche la mia.

«Non è più lo stesso, adesso che sei morto. Il dolore, intendo. La sofferenza. È tutto sprecato.»

«Non ti seguo.»

«Che cosa significa che sei morto?», mi ha chiesto.

«Che ho smesso di vivere», gli ho detto. «Il mio corpo non si muoveva e io non respiravo. Non basta?»

«E poi?»

Non capivo cosa intendesse comunicarmi. Cominciavo a credere che non lo sapesse neppure lui.

«Non lo so», ho risposto. «Dimmelo tu.»

E dopo un sorrisetto si è scolato la birra.

«Quando sei vivo, soffri, è il peso che dobbiamo sopportare, il prezzo che dobbiamo pagare per scommettere di potere anche essere felici, dopo. Vale per te stesso ma vale soprattutto per chi decide di starti vicino. Ma ora che sei morto, nessuno ha più alcuna ragione di starti accanto. Sei troppo diverso da tutto, sei fuori da ogni schema del mondo. Sei morto, sei finito. Non hai più nulla da fare. In fondo, non stai neanche soffrendo, giusto?»

«No. Non sto soffrendo», ho detto. «Ma voglio sapere cosa devo fare.»

Mi ha indicato la porta, alzando le sopracciglia.

«Devi andartene», ha detto. «Da solo, perché nessuno può seguirti. Non puoi cambiare le cose. Sei morto e, se sei andato via dalla tua casa, allora non c’è nessun altro posto in cui puoi rimanere.»

«Perché mai sarei dovuto restare in casa se nessuno mi vuole più?»

«Perché lì c’è il tuo passato, lo specchio della tua vita», ha spiegato. «I morti se ne stanno ancorati lì a mangiare illusioni. Ma tu non le hai volute.»

«E non capisco perché avrei dovuto volerle…»

«Troppi perché. Non c’è alcuna risposta. Non hai più neanche un nome, da quando sei morto. Devi soltanto andartene.»

«A cercare cosa?»

Si è messo a ridere e si è alzato.

Sono passati pochi minuti da quando l’ha fatto, e io sono ancora qui. Guardo la porta e mi chiedo quanto tempo lascerò passare prima di riuscire ad alzarmi anch’io. Andare. Non è un problema di coraggio, in fondo, perché so di avere il coraggio di farlo.

È che non so se lo voglio.

Uscirò da questo bar, ultimo rifugio di una vita normale, per sparire per sempre.

No, la morte non è comprendere di non essere più in vita.

Sono morto e vedo che tutto continua a muoversi nella sua direzione, solo io rimango fermo, perduto.

Senza casa.

Uscirò da questo bar, quando finalmente avrò imparato a fare l’unica cosa che la morte richiede.

Dimenticarmi.

Sognare che qualcuno, da lontano, si accorga della mia assenza. Senza che io, però, possa mai saperlo.

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